Hannah Villiger

Progetto

È interessante notare che tra i vari linguaggi e medium cita la fotografia per ultima. Eppure Hannah Villiger, scultrice di formazione, ha usato negli ultimi 20 anni della sua breve vita solo la Polaroid, ha prodotto solo fotografie. Alla Kunsthalle di Basilea non ci sono oggetti tridimensionali e neppure tele dipinte. Nessun monitor che presenti un video dell’artista durante una performance. Perché dunque Hannah Villiger parla di performance?

Hannah Villiger impugnava la Polaroid e la puntava contro di sé, a volte senza nemmeno guardare, come un occhio tentacolare appeso al suo braccio che esplori il proprio corpo come una sonda la superficie di un pianeta. Doveva per forza contorcersi in strane posizioni per arrivare a comporre i suoi lavori. Noi non vediamo naturalmente quella performance segreta, nessuna l’ha mai fotografata mentre lei fotografava parti di se stessa. Il pubblico vede solo il risultato finale, un autoritratto in cui non c’è però nulla di narcisistico e che in realtà rivela molto poco dell’autrice degli scatti.I dettagli sono ravvicinati, la macchina quasi entra nel corpo e annulla le proporzioni. Gambe, piedi, mani fluttuano come nel vuoto. A volte l’artista usa dei piccoli specchi che raddoppiano i particolari ravvicinati rendendo il corpo ancora più astratto.nei suoi “autoritratti”, Hannah Villiger scavalca la contrapposizione dei generi, maschile-femminile. (Il corpo della donna è forse il tema più sfruttato nell’arte di tutti i tempi). Questo è un altro motivo della fama nazionale ed internazionale di Hannah Villiger: il suo contributo all’autocoscienza femminile nel mondo dell’arte.Negli anni ’70, Hannah Villiger produce foto in bianco e nero, una serie che esplora il tema del movimento nello spazio. Foglie di palme che prendono inspiegabilmente fuoco a mezz’aria, bocce che volano sul terreno di gioco e cadendo sollevano la polvere. Queste immagini, che il visitatore vede nelle prime sale della Kunsthalle, hanno un dinamismo e una spontaneità molto marcati. All’inizio degli anni ’80 l’artista comincia ad usare la Polaroid per esplorare il proprio corpo, in un dialogo solitario con se stessa. Parallelamente a queste immagini del proprio corpo, fotografa il cortile e il paesaggio di tetti che vede dalla finestra degli appartamenti in cui soggiorna e lavora, a Basilea e a Parigi. È come se ci dicesse: Hannah Villiger vive in quell’appartamento e non in un altro. Hannah Villiger vive in quel corpo e non in un altro. L’intimità e l’unicità dello sguardo rivolto al proprio corpo, diventa l’intimità del proprio punto vista (dal proprio appartamento) sul mondo esterno.

Hannah Villiger described herself as a sculptor throughout her life, and until the late ’70s she produced 3-dimensional works. In 1980, she began to concentrate almost exclusively on the medium of photography. She repeatedly photographed herself, her Polaroid camera sometimes very close, groping along her naked body, and sometimes only as far away as her outstretched arm would allow. This generated fragmentary image details of single body parts or parts folded into each other, which were turned, reflected, enlarged many times, and mounted on aluminum sheets as color photographs. Overexposure, blurring of focus, and extreme light/dark or color contrast often gave rise to a high degree of abstraction, as did the act of turning individual photographs and arranging them side by side or in a multi-part block. Motifs of unusual pictorial perspectives come abruptly into contact, which in their interplay possess a weightlessness consistent with the idea of an image of the self. Photographs of her entire body or face are consciously avoided, so that freed from any concrete narrative contexts or imposed societal constraints, an atmosphere can be created between intimate observation and objective documentation.

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