Cindy sherman

Sherman Cindy è interprete, scenografa, regista e fotografa di ciascuno dei suoi lavori ed è simbolo di una generazione di “body artists” che dagli anni settanta in poi ha indagato sulla trasformazione del corpo che diventa soggetto di comunicazione e di espressione dei processi culturali e strumento di risposta ai mutamenti di identità in atto nella società americana, facendo risaltare certe tendenze al cattivo gusto e sfatando l’apparente moralismo. La fotografa americana intitola quasi tutte le sue opere “Untitled” e assegna a ciascuna di esse un numero progressivo, manifestando così la sua indole alla provocazione e respingendo la purezza di significato e le interpretazioni a senso unico. L’opera di Cindy Sherman può essere molto utile per chi volesse capire l’evoluzione nella storia del linguaggio fotografico dagli anni settanta ad oggi.

L’arte della Sherman presenta sorprendente umorismo e stravaganza. La fotografa Cindy Sherman è balzata all’attenzione della critica e del collezionismo fotografico da quando nel 1995 il Museum of modern Art di New York ha acquistato per più di un milione di dollari la sua serie di 69 fotografie “Untitled Film Stills”. Nel 1997 la mostra di queste fotografie al museo ha riscosso grande successo e da allora si sono succedute le esposizioni e le pubblicazione dell’artista americana. Oltre che al Museum of Modern Art in New York il suo lavoro è stato esposto in tutto il mondo in numerose mostre come la ”Los Angeles Museum of Contemporary Art” e il “Pompidou Center in Paris”. Tra le collezioni è utile ricordare quelle del “Metropolitan and Brooklyn Museums in New York” e “the Tate Gallery in London”.

Sebbene Cindy Sherman usi come strumento comunicativo la fotografia non si considera una fotografa. La fotografia è al servizio delle sue idee, non viceversa e la usa per raffigurare un mondo attraverso la propria rappresentazione. A proposito dell’arte, Cindy Sherman dichiara: “Quando andavo a scuola stavo cominciando ad essere disgustata dalla considerazione religiosa e sacrale dell’arte e volevo fare qualcosa che chiunque per strada potesse apprezzare. Ecco perché volevo imitare qualcosa di appartenente alla cultura, e nel contempo prendermi gioco di quella stessa cultura”. In altre parole l’artista intende riprodurre artificialmente il reale per renderlo più vero e raggiungere così la massa, affinché essa si rispecchi in questo mondo di stereotipi e ne tragga il suo insegnamento.

La strategia di Cindy è nuova: nei suoi lavori il corpo viene vissuto come apparenza, artificio, innesto a cui partecipano estetica e tecnologia, ma anche come ricomposizione di un nuovo soggetto, di un nuovo “Io”. Non ha mai temuto di rappresentare la propria persona anche in contesti rivoltanti, ha continuato a giocare ruoli nuovi e ha così collocato la sua produzione artistica in una varietà di ambiti che spazia dal femminismo alla storia della cultura. Lei stessa dichiara: “Anche se non ho mai concepito la mia arte come una dichiarazione femminista e politica, certamente ogni cosa in essa scaturisce dalle mie osservazioni come donna e come parte di questo contesto culturale”. Ogni opera è accuratamente studiata e realizzata nel suo studio: crea l’ambiente, sceglie i costumi, l’acconciatura e il trucco, prova gli atteggiamenti e le posizioni del corpo prima di ogni scatto. Le prime opere ispirandosi ai film degli anni ’50-’60 evidenziano quanto siano forti certi stereotipi culturali e come possano avere condizionato le donne, costringendole a interpretare ruoli predefiniti e rigidi. Lo spettatore ha sempre l’impressione di avere già visto le immagini, da quanto sembrano familiare. In ogni sua rappresentazione Cindy Sherman si è scostata dal suo io per diventare uno specchio del mondo che la circonda, quello Occidentale, basato sul culto dell’immagine, del consumismo e delle differenziazioni. Ecco che il progetto “Untitled” diventa una serie infinita di autoritratti per rappresentare gli altri: “Quando preparo i personaggi devo considerare il fatto che la gente guarderà sotto il trucco e la parrucca in cerca del comune denominatore, del riconoscibile. Sto cercando di far riconoscere alle persone qualcosa di se stessi, non di me”. Questo nuovo linguaggio fotografico attirò subito la curiosità dei critici facendo diventare la sua opera un “classico” dell’arte contemporanea. Negli anni Ottanta, i lavori della Sherman passano da bianco e nero al technicolor, dal piccolo schermo per il grande schermo. Negli anni, anche se la tecnica è rimasta la stessa, la sua opera diventa più aggressiva facendo uso di oggetti, come bambole e protesi mediche, per amplificare il suo messaggio.

Un’altra particolarità del lavoro di Cindy Sherman è il formato. Nel 1977 inizia con la sua prima serie di fotografie, “Untitled film Stills”, che si presentano piuttosto piccole e dunque intenzionalmente non spettacolari. Negli anni seguenti la Sherman con un lavoro commissionato da ”Artoforum” (periodico di arte newyorkese) si dedica alla foto a colori, proponendo un formato estraneo alle fotografie tradizionali: le immagini a doppia pagina, un ampio formato panoramico che corrisponde a quello della rivista, mostrano spesso l’artista sdraiata con l’espressione fissa nel vuoto.

sito artista:  http://www.cindysherman.com/

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